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Una premessa. Noi, la Margherita, il PD
Come liberaldemocratici e cattolici democratici noi abbiamo partecipato, con convinzione ed impegno, alla costruzione dell’Ulivo e della Margherita prima, e del Partito Democratico poi, consapevoli della necessità di avvicinare sempre più le culture riformatrici in un comune progetto di governo.
È stato un percorso complesso, difficile, importante che ha prodotto significativi risultati politici e di governo.
Tuttavia occorre oggi prendere atto, con realismo, delle trasformazioni intervenute, che hanno messo in crisi le ragioni costitutive e il progetto stesso su cui è nato il Partito Democratico.
Il ritardo storico nella costruzione di questo percorso, a causa delle resistenze e delle gelosie partitiche, lo sbandamento culturale che ha privilegiato acriticamente i temi del liberismo, del federalismo e del giustizialismo, le delusioni del governo Prodi, appesantito dal massimalismo di sinistra, l’incapacità di un effettivo ricambio della “prima fila” del gruppo dirigente, ulteriormente segnato da un eccesso di litigiosità, sono stati fattori che in vario grado e misura hanno fortemente appesantito il percorso costitutivo del Partito Democratico, inteso come soggetto capace di promuovere l’alternativa di governo al centrodestra.
Nel primo anno di vita sono stati commessi gravi errori: dall’assenza di reazione sui preoccupanti provvedimenti giudiziari che hanno colpito, senza adeguato fondamento, il ministro Guardasigilli del governo Prodi, tecnicamente causando la chiusura anticipata della XV legislatura, alla alleanza elettorale con Di Pietro e al tradimento dell’impegno assunto di costituire gruppi parlamentari unici, all’indecisione e alle ambiguità sul caso Alitalia, all’inerzia sul rinnovamento nei casi di mala amministrazione, come in Campania, fino al ritorno ad una concezione massimalista del ruolo dell’opposizione, che privilegia lo scontro al confronto, il no alla proposta e all’utile mediazione parlamentare, l’antiberlusconismo di tradizione ad una concezione repubblicana e propositiva dell’opposizione parlamentare e politica. Fino al recente, e assai grave, compromesso del P.D. con la Lega sul federalismo.
Soprattutto sono mancate la discontinuità con gli errori del passato e una seria analisi dei nuovi paradigmi culturali imposti dalla crisi della finanza e dell’economia e del pensiero unico liberista.
Avevamo posto tre condizioni, nel congresso di congelamento-adesione della Margherita al Partito Democratico: a) la non adesione del P.D. ai tradizionali recinti del PSE e del gruppo socialista in Europa; b) la fine dei collateralismi tra partito e specifici soggetti economici e sindacali; c) il superamento della conflittualità tra laici e cattolici.
Occorre prendere atto che nessuna di queste condizioni può dirsi avverata.
Se anzi guardiamo alle scelte annunciate per la collocazione in Europa degli eletti del P.D. nel gruppo socialista (con modesti distingui), alla riaffermata vicinanza politica alla CGIL pur in occasione dei recenti “strappi” con le altre organizzazioni, alle dannose strumentalizzazioni del caso Englaro, dovremmo concludere che su questi essenziali temi sono cresciute le distanze tra gli obiettivi e i fatti, tra le condizioni richieste dal Congresso della Margherita e le posizioni del P.D..
Sono fatti politici di grande rilievo, di cui occorre con realismo prendere atto, che accompagnano la crisi politica del P.D. “a vocazione maggioritaria” e la conseguente crisi elettorale.
Anche i processi di integrazione interni al P.D. sono stati largamente insoddisfacenti e irrisolti, segnati da un uso spesso strumentale delle primarie, dall’assenza di regole certe e comuni, dalla predominanza del gruppo organizzato dei D.S. rispetto alle esigenze di integrazione e di rinnovamento.
Le dimissioni inattese di Walter Veltroni, di cui va certo riconosciuto l’impegno e la passione, sono state un colpo durissimo per il P.D..
La stessa elezione di Dario Franceschini, da parte dell’organismo dell’Assemblea Costituente precocemente disciolta, è il frutto dell’emergenza e della crisi ma non sarà una linea più marcatamente di sinistra e da “fronte delle opposizioni” a restituire al P.D. il senso innovativo del progetto originario.
Ha stupito molti che Franceschini non abbia dall’inizio coltivato una linea di privilegiato rapporto con l’UDC per una vera competizione al centro e che anzi si siano provocate polemiche proprio con l’UDC che è impegnata in una seria opposizione e nella “Costituente dei democratici di centro” che rappresenta una prospettiva di generale interesse, che può riaprire una prospettiva di governo al di là dell’orizzonte attuale.
Non sono in discussione la stima per le persone né la necessità di battersi con impegno e rigore nei confronti delle gravi inerzie del governo dinanzi ad una crisi di dimensioni storiche.
Neppure possono essere sottaciuti i rischi che dalle politiche di destra in materia di ordine pubblico e dal federalismo leghista derivano per la coesione sociale e nazionale del Paese.
Siamo al contrario convinti che è questo il momento di rilanciare uno straordinario impegno di governo, anche dall’opposizione, per fronteggiare la crisi, unire il Paese, restituire dignità e prestigio alla politica e alle istituzioni, ridurre i privilegi di “tutte le caste”.
Con responsabilità, dedizione e passione, riteniamo di poter tracciare, in pochi sintetici punti, le linee di un nuovo percorso politico.
1. Il cantiere della “Costituente dei Democratici di Centro”
Un Partito Democratico più di sinistra, filoleghista e giustizialista, e significativamente ridimensionato nel consenso elettorale, non è in grado di rappresentare l’alternativa di governo secondo una logica bipolare. Occorre ammettere che anche nel P.D. c’è un passato che non passa.
Il Popolo della Libertà, appena fondato nella celebrazione del suo Capo, nasce vecchio, nel solco del collante dell’anticomunismo, con una visione che incorpora e cristallizza il termine stesso di “popolo” come platea del suo leader assoluto. L’esatto contrario del valore di popolo nella concezione di Sturzo e della tradizione democratica-costituzionale.
La crisi economica e dei paradigmi liberisti della globalizzazione spingono verso la maggiore unità e coesione del Paese verso una fase di “politiche di centro”, inteso come “centro delle politiche” luogo di ricerca del confronto utile agli interessi della maggioranza degli italiani.
Una politica di moderazione deve essere intesa come metodo riformista di contenimento degli eccessi e di selezione della qualità delle soluzioni corrispondenti all’interesse pubblico, secondo procedimenti decisionali democratici. E’ questa la differenza tra governare e “fare”.
Anche l’assetto politico e istituzionale deve essere coerente.
Per questo da tempo riteniamo utile il modello elettorale tedesco e la valorizzazione del parlamento e delle assemblee elettive rispetto alle pulsioni e alle distorsioni del leaderismo, che sono molte.
Occorre prendere atto che il sistema politico italiano può giovarsi, in termini di governabilità, di una consistente forza di centro, di ispirazione riformatrice, liberaldemocratica e di cultura cristiana, aperta alla collaborazione di governo con un partito socialdemocratico o con le altre forze moderate e moderne che si rendano disponibili nell’evoluzione dei processi politici.
Occorre aprire ora un altro cantiere democratico e riformatore, per costruire con l’UDC di Casini, la Rosa Bianca di Tabacci e Pezzotta, i Liberal di Adornato, i Neodem e i molti esponenti della Margherita disponibili, una prospettiva nuova e aperta, utile al Paese.
2. La crisi economica e il coraggio delle riforme
Siamo convinti che l’Italia debba partecipare da protagonista alla guida del G8 allargato e nel G20, alla ridefinizione delle nuove regole della governance economica internazionale.
L’insistenza di Tremonti sui legal standard è positiva, anche al netto dai suoi precedenti entusiasmi per la “finanza creativa”, ed è comprensibile la collaborazione in tal senso offerta da esponenti del centrosinistra.
È tempo di tornare a principi solidi, dopo l’esaltazione della risk society fatta anche dai cultori della “terza via” come Giddens e Beck, e gli anni della lex mercatoria che hanno sostituito il principio pacta sunt servanda con la più fallace teoria della “fiducia nei risultati”. Occorre riequilibrare il rapporto tra diritto ed economia, anche sul piano culturale.
In prospettiva non sono sufficienti le pur ingenti misure pubblico-privato, che il Segretario al Tesoro degli USA Timothy Geithner, sta approntando per riacquistare i titoli tossici in circolazione e garantire i mutui e il credito. Occorre di più, occorre guardare ora oltre la crisi, facendo emergere nuovi paradigmi e nuove regole in grado di prevenire nuove crisi, e questo la UE può farlo.
Se non è possibile uno Stato internazionale di diritto è almeno necessario un nuovo livello di regole, dopo quelle di Bretton Woods, per disciplinare la finanza e gli scambi internazionali sulla base della concezione che la democrazia e le istituzioni sono più grandi del mercato e che la persona, nella ricchezza delle sue implicazioni, è il punto di riferimento imprescindibile.
Occorre ovviamente un giusto mix tra nuove regole, istituzioni di governance più aperte ai paesi emergenti, e mercato, senza eccedere in protezionismi statalisti e nella presenza del capitale pubblico nei settori imprenditoriali.
Vale per i fondi sovrani e il mercato globale ma anche per l’eccesso di società pubbliche locali in Italia.
La gravità della crisi economica, non del tutto esplorata, necessita di risposte più forti e chiare di quelle messe in campo dal governo ancora molto basate su effetto-annunci e poste virtuali.
Qualcosa è stato fatto dal governo ed è certo apprezzabile la prudenza sulla tenuta dei conti pubblici e sugli spread dei titoli di Stato.
Ma era necessario un maggior coraggio a sostegno delle imprese, delle famiglie, dei lavoratori che perdono il posto di lavoro, del ceto medio in difficoltà.
Occorrono misure emergenziali e misure strutturali più che partite di giro.
Tra le misure emergenziali riteniamo corrette e condivisibili le richieste formulate da Emma Marcegaglia e da Morandini, per le PMI, di fondi reali statali a garanzia dei crediti delle imprese con la P.A. e dell’accesso al credito presso le banche. Ed anche la proposta di allungare la cassa integrazione a 24 mesi, a fronte dei dati sull’occupazione reale, deve essere presa in considerazione.
Se si vuole tentare di mantenere il più possibile inalterata la base produttiva, come è solito ripetere il governo, queste misure, più impegnative, sono assai migliori, perché più dirette e liquide, della sorveglianza dei prefetti sulle banche.
Naturalmente è possibile fare molto di più con interventi articolati sui settori produttivi, dal turismo, all’edilizia alla green economy da sostenere e incentivare.
Ed è possibile dare anche un segnale di solidarietà sociale, una tantum, come proposto dal segretario del P.D. Franceschini.
Per le misure strutturali occorre però il coraggio delle riforme. È proprio in un serio momento di crisi che è possibile lanciare un grande patto generazionale che consenta a chi ha il lavoro e una vita fortunatamente più lunga, di lavorare qualche anno in più, secondo la media europea, per avere le risorse per i più giovani e per il loro futuro previdenziale.
La riforma delle pensioni non deve avere una valenza punitiva ma essere piuttosto l’occasione, con regole certe e concordate con le parti sociali e politiche, per un vasto programma di giustizia sociale.
E ciò può valere anche per le donne che potrebbero adeguarsi alle richieste europee con l’opportunità di detrarre però un anno per ogni figlio avuto, per il “doppio lavoro” svolto in una realtà di scarsi servizi alla famiglia.
E si dovrebbe ancora avere il coraggio di trasformare le province, secondo un modello governance, non più un ente strutturale con 17 miliardi di spesa corrente annui, ma sede stabile di intese e accordi tra comuni per la programmazione di area vasta, secondo il principio di sussidiarietà verticale.
Lo abbiamo proposto durante l’esame del federalismo fiscale, ma inutilmente. Dobbiamo farne oggetto di una grande riforma del potere locale.
3. Alternativi alla Lega, per lo Stato unitario nazionale
Ci siamo opposti, e continuiamo a farlo, alle derive federaliste, in nome di un’idea di Stato nazionale unitario, rispettoso delle autonomie locali e delle regioni, e della coesione nazionale.
E’ un grande valore, centrale nella cultura dei democratici, che è quella di unire le persone tra loro, superando la solitudine del destino individuale, e le istituzioni tra loro, a partire dai punti acquisiti, dall’acquis oggi si direbbe, che la storia ci consegna.
È l’idea di Stato nazionale unitario è uno di questi fondamentali punti di coesione, da migliorare, da ampliare. Non ci diverte il gioco della scomposizione leghista e del bricolage federalista, ad alto rischio finanziario e democratico.
Le citazioni potrebbero essere infinite perché sono quelle dei padri della Costituzione repubblicana: dei costituenti, non dei padri frettolosi del titolo V.
Mi limito a citare un intellettuale, un intellettuale di sinistra Asor Rosa, che nei giorni recenti ha scritto sulle pagine dell’Unità: “L’Italia non è un insieme di territori. Pare invece che la virtù degli aspiranti alla leadership del P.D. sia quella di “rappresentare il territorio”. Caspita, che trovata. Mi sia solo consentito di aggiungere – prosegue Asor Rosa – che una classe dirigente, degna del nome, non rappresenta un territorio. Interpreta la nazione e indica ad essa un destino. Innovare significa questo.”
Parole che riecheggiano una visione politica e costituzionale profonda nel nostro Paese e che hanno trovato nel “patriottismo dolce” della presidenza di Carlo Azeglio Ciampi un nuovo condiviso vigore.
I democratici non sono statalisti né nazionalisti, secondo i vecchi schemi della sinistra e della destra: noi siamo per l’insieme di Stato, nazione, comunità democratica e persona, secondo una visione dinamica e integrata, non disgregata in favore delle “piccole patrie” e degli egoismi locali o individuali.
Dovremmo forse trovare terreni di confronto con l’evoluzione in corso nella destra costituzionale più che con la Lega.
Non possiamo abbandonare l’Italia ad un destino di frantumazione, alla melassa degli egoismi, alle caste, all’individualismo, così bene interpretato da Berlusconi. Occorrono idee forti e punti credibili di coesione, per valori comuni e per politiche nazionali.
Ciò vale, ma lo diremo a parte, anche per fondare una politica laica ma rispettosa e inclusiva dei valori delle religioni e per sostenere un’etica repubblicana dei diritti ma anche dei doveri.
Nel testo del governo sul federalismo fiscale non vi sono state neppure le modifiche essenziali richieste dal Partito Democratico dall’UDC e dunque non è stato possibile avallare, con un voto di astensione, una delega in bianco alla Lega.
Siamo favorevoli ad una maggiore autonomia fiscale degli enti locali ma attraverso soluzioni concordate in parlamento e non delegate al governo.
Sono del tutto evidenti i rischi di moltiplicazione dei centri decisionali e di spesa che minano la coesione nazionale e sono insostenibili in una grave fase di crisi economica oltre che in contrasto con il debito pubblico dell’Italia, che è destinato ad aggravarsi, anche alla luce delle ultime stime dell’ISTAT e della Corte dei conti su una forte riduzione delle entrate fiscali (calcolata in 80 miliardi nel biennio).
Ma il discorso sul federalismo è ovviamente più complesso e articolato.
La parola “federalismo” è, negli stessi manuali, polisensa ed equivoca perchè indica modelli istituzionali e storici assai diversi, ma solo in Italia è stata usata, in sostituzione delle nozioni di autonomia locale e regionalismo, per indicare non un processo unitivo di identità storiche diverse ma disgregativo dello Stato nazionale unitario.
E’ un rischio concreto se si riflette sulla storica disaffezione della borghesia nazionale nei confronti della pubblica amministrazione e sulla problematica formazione delle istituzioni nazionali.
Gli Stati nazionali, eredi dei congressi di Westfalia e di Vienna, non sono morti, (come frettolosamente certificato da qualcuno) hanno subito trasformazioni notevoli dopo le grandi guerre (Bretton Woods, crescita dell’Europa, Berlino 1989, 11 settembre 2001, crisi finanziaria 2008) ma sono vivi, e sono ancora gli attori della global governance (G8- G20). Le prime risposte alla crisi in atto sono venute dagli Stati nazionali, non da altri, e la scena multipolare sarà caratterizzata dagli Stati emergenti e da alleanze tra stati.
La coesione nazionale, espressa nello Stato unitario, è un valore culturale e politico che va salvaguardato e non superficialmente sostituito.
Stato unitario vuol dire anche Stato di diritto, indispensabile per contribuire ai legal standard necessari ad un nuovo governo della globalizzazione, secondo il principio della fiducia nel diritto che deve sostituire la “fiducia nella fiducia” e gli altri aleatori slogans che hanno dominato la fase del liberismo finanziario che hanno prodotto la crisi economica mondiale.
Non c’è dubbio che in Italia occorra maggiore autonomia fiscale da parte degli enti locali e delle regioni, coerente con le nuove funzioni esercitate dopo le leggi Bassanini e la riforma del titolo V della Costituzione. Sono possibili certamente tributi locali specifici oltre IRAP, compartecipazioni dinamiche ai grandi tributi erariali, IRPEF, IVA, e leve fiscali autonome, in coerenza con l’art. 119 della Costituzione.
Ciò può valere anche per la migliore gestione di beni patrimoniali e demaniali.
Ma il paradigma culturale non può essere il “federalismo esploso e competitivo” ove ogni soggetto territoriale può fare ciò che vuole in campo economico sociale e politico e pretendere le risorse fiscali per finanziarsi.
Ciò genera già oggi sprechi, sovrapposizioni, costose competizioni in luogo di virtuose cooperazioni, moltiplicazione di normative, mercati chiusi anzichè aperti, proliferazione di “caste” sul territorio.
Stiamo già pagando un prezzo altissimo a questo disordine: si pensi al turismo delle “piccole patrie”, agli atenei ovunque, agli aeroporti che nascono senza alcuna programmazione, all’energia in mano alle regioni, ai costi delle “politiche estere” delle regioni.
Con la crisi in atto non possiamo permetterci tutto ciò, ci sono analisi e stime che lo confermano. Questo sistema era sbagliato fino ad oggi, ora è anche insostenibile. Il titolo quinto della Costituzione non va esteso con nuove competenze esclusive alle regioni, va corretto.
Nella riforma Calderoli la parte migliore e più interessante è quella che propone il superamento del criterio della spesa storica dei trasferimenti attraverso la definizione dei costi standard dei servizi essenziali, in modo da premiare i comportamenti virtuosi e limitare gli sprechi e la cattiva amministrazione.
È utile impegnarsi su questo tema ma occorre ammettere che più che di federalismo si tratta di un modello di programmazione pubblica.
E’ invece assurdo che le regioni “autodecidano” i propri “contributi” alla perequazione sulle cd. funzioni non essenziali, che tuttavia sono assai vaste, ed è insostenibile che vengano mantenute le province come sono ossia enti strutturali con forte spesa corrente anzichè organi funzionali di coordinamento delle politiche sovracomunali, secondo il principio di sussidiarietà verticale.
Nel federalismo fiscale proposto dal governo non doveva essere trascurato che gli enti locali hanno già due potenti leve economiche; l’utilizzo, senza regole e limiti, della negoziazione urbanistica e dei proventi dello sviluppo edilizio; la proliferazione delle società pubbliche e miste in ogni campo, anche nei settori economici a pura gestione imprenditoriale. E’ assurdo che questi temi non siano stati neppure considerati nel disegno del governo come è assurda l’assenza di una seria riforma del potere locale, che doveva precedere e non forse seguire la legge delega.
Abbiamo in Italia 21 regioni, 108 province, 8.400 comuni, con 116.000 eletti, ed inoltre 320 Comunità montane, un numero incalcolabile di ATO, enti sovracomunali, consorzi monofunzionali, circa 6.000 società pubbliche locali: si vuole alimentare con il federalismo fiscale questo stato di cose?
Non si comprendono i rischi di questo federalismo esploso, delle sovrapposizioni, delle confusioni, dell’insostenibilità economico-finanziaria e democratica di questo modello di federalismo diviso e competitivo?
Spesso si sente parlare, con enfasi, di “cultura dei territori” o “identità locali”. Sciocchezze, frutto di approssimazione culturale poichè non saranno certo suggestioni sociologiche più o meno di moda a convincerci del valore dei nostri comuni nell’Italia erede del Rinascimento. Non abbiamo bisogno dei teorici della Lega: ci sono sufficienti Carlo Cattaneo, Costantino Mortati e Massimo Severo Giannini. Ma una cosa è la piattaforma degli interessi e delle politiche territoriali, che trova una giusta configurazione sulla scala locale anche a prescindere dai confini amministrativi, ben altra cosa è parlare di cultura o identità locale.
Non esiste la cultura pedemontana o padana e le manifestazioni leghiste che tendono ad accreditarla vanno combattute con forza, non assecondate o addirittura condivise.
La cultura è in sé senza aggettivi (o sotto altro profilo, europea e nazionale), si nutre di tradizioni e sopratutto di universalità. In ogni caso la cultura di un democratico è quella che valorizza la relazione positiva con l’altro, che amplia la dimensione individuale, ricerca i legami, la coesione, la condivisione, la storia comune: lo Stato nazionale è un punto storico significativo di questo percorso, un punto da cui partire e da valorizzare in vista di nuovi traguardi e orizzonti, non da frammentare e disperdere.
Abbiamo certo avuto dei miglioramenti del testo del governo sia al Senato che alle commissioni bilancio e finanze della Camera, con duro e meritorio lavoro.
Ma i risultati complessivi non possono indurci ad un voto di sostegno.
Non solo per i profili tecnici da noi proposti e respinti dalla maggioranza.
Ci riferiamo in particolare ai seguenti temi: a) le modalità di partecipazione al processo di riforma da parte delle Regioni a Statuto Speciale; b) il mancato riferimento alla fiscalità generale del fondo perequativo per i servizi non essenziali delle Regioni; c) la mancata accettazione delle nostre proposte per i fondi perequativi relativi ai servizi non essenziali e alle funzioni non fondamentali; d) una chiara “scalettatura” temporale della “road map” di attuazione della riforma, anche questa delegata al governo; e) la mancata accettazione della nostra proposta di inserire la gestione del trasporto regionale fra i servizi essenziali e i beni culturali fra le funzioni fondamentali dei Comuni; f) la possibilità per i Comuni e le Province di avere compartecipazioni al gettito di tributi regionali, g) il totale rigetto della riforma delle province.
Non ci siamo. Non è alle promesse di questo governo che possiamo affidare la ridefinizione dell’ordinamento dello Stato e dei servizi sociali essenziali.
Siamo un’opposizione repubblicana, disponibile alle riforme istituzionali e alla collaborazione di governo, anche attraverso le mediazioni necessarie, ma le grandi riforme vanno fatte in parlamento, con contenuti chiari, e non per delega.
4. Una politica laica ma rispettosa dei valori religiosi e della cultura cristiana
Siamo convinti che la politica debba essere laica e non confessionale ma debba essere rispettosa del valore pubblico della religione e del particolare rapporto storico che lega la società italiana alla cultura cristiana.
Come ha affermato Barak Obama “ha torto chi chiede ai credenti di appendere la loro religione all’uscio prima di presentarsi sulla pubblica piazza”. Ed è ben comprensibile Tony Blair che riconosce che “la mia fede è sempre stata una parte fondamentale della mia politica” e sostiene che “omettere di comprendere il potere intrinseco della religione significa non essere in grado di comprendere il mondo moderno” (ove vivono oltre 2 miliardi di cristiani, quasi un miliardo e mezzo di mussulmani, più di 900 milioni di induisti, 400 milioni di buddisti, 20 milioni di sikh, 13 milioni di ebrei oltre le confessioni minori).
La laicità repubblicana – il distinguere “ciò che è di Cesare da ciò che è di Dio” – è un fondamento imprescindibile e comporta la più grande libertà di giudizio anche verso le organizzazioni religiose.
In epoca di incertezze e precarietà materiali non occorre trascurare il valore sociale e politico delle precarietà immateriali, dell’intensa ricerca di valori morali che ha proprio nel rapporto tra fede e ragione un campo fertile di esperienza.
Come è correttamente affermato nel “Manifesto per una moderna laicità” (www.personeereti.org) la tradizione storica del popolo italiano - la sua cultura, la sua religiosità popolare, i suoi costumi - è un tesoro prezioso su cui costruire il futuro. L’apertura al mondo, la stratificazione e l’interazione antropologico-culturale, l’originale cosmopolitismo, la tensione verso l’universalità formano la ricchezza delle tradizioni nazionali. Esse, continuamente vagliate in senso critico dalla ragione, sono un elemento di identità comune che aiuta a “tenere insieme” il Paese e a far crescere il senso di attaccamento dei cittadini alla collettività civile. Su questo humus complesso si è innestata, negli ultimi 60 anni, la Costituzione italiana, che descrive, con una sintesi tuttora molto ricca, la cultura e l’identità nazionale. Collocandosi nel solco della migliore tradizione della cultura italiana, la nostra Costituzione costituisce – d’altra parte – un ponte che consente ad ogni italiano di sentirsi pienamente cittadino della sua patria, cittadino europeo e cittadino del mondo. Con questo spirito, la cura di un patriottismo costituzionale che si radichi nella nostra storia, si apra all’universalità e affronti le sfide globali, è un metodo da promuovere per far crescere la nostra comunità civile nazionale.
In questa prospettiva vanno anche collocati alcuni dibattiti recenti sul valore dei simboli - e su ciò “che unisce” - nello Stato costituzionale italiano, in particolare per quanto riguarda quel luogo essenziale alla «riproduzione della società» che è la scuola. Nella società italiana - fermo l’importante contributo pubblico che può e deve venire dalle scuole non statali, di cui è sempre necessario sia assicurata la parità - un ruolo essenziale spetta ovviamente alla scuola statale, quale luogo nel quale si trasmettono le conoscenze e si contribuisce a formare i giovani cittadini. Si tratta di un luogo che deve saper assicurare da un lato un riferimento privilegiato alle tradizioni culturali e religiose del popolo italiano (ricordando che, secondo l’Accordo di revisione del Concordato del 1984 «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano»): dimenticando queste ultime, infatti, la cultura italiana è semplicemente incomprensibile. Dall’altro, la scuola deve saper essere aperta anche a culture e religioni diverse, perché esse accompagnano i nuovi studenti che la frequentano.
In una società come quella italiana, che va innestando su una tradizione di omogeneità religiosa una secolarizzazione incisiva - che non ha però cancellato il radicamento profondo del cattolicesimo – e l’immissione di culture religiose in passato molto lontane, la cifra di fondo per definire il «posto» delle religioni non può che essere quella della libertà, che trova nell’articolo 19 della Carta costituzionale una adeguata cornice. Occorre tuttavia evitare a questo proposito facili fraintendimenti. Essi possono essere evitati facendo riferimento ai due punti essenziali che costituivano, su questa materia, il programma della Democrazia Cristiana per l’Assemblea costituente: piena garanzia della libertà religiosa individuale e collettiva e tutela del ruolo specifico del cattolicesimo nella società italiana.
Si tratta di una prospettiva laica che é stata pienamente accolta dai Padri costituenti degli anni fra il 1946 e il 1947. E’ bene infatti ricordare che la Costituzione italiana, mentre recepisce fino in fondo l’esigenza di tutela della libertà religiosa individuale e collettiva, e individua nella collaborazione il metodo per rispondere alle esigenze religiose dei cittadini (prevedendo lo strumento del concordato per regolare il rapporto con la Chiesa cattolica e quello dell’intesa per disciplinare le relazioni con le confessioni diverse dalla cattolica) non ha adottato il principio dell’eguaglianza delle confessioni religiose davanti alla legge, ma quello, molto più articolato, della loro “eguale libertà” (art. 8, 1° comma, della Costituzione, così formulato in base ad un emendamento dei deputati Cappi e Gronchi). L’eguale libertà delle confessioni religiose vieta allo Stato di limitare arbitrariamente la libertà religiosa di alcuni gruppi religiosi (e in particolare delle minoranze), ma non impone che i diversi fenomeni religiosi abbiano eguale rilievo nello spazio pubblico.
Una tale impostazione, del resto, sarebbe stata semplicemente irrealistica sia nelle condizioni dell’Italia del 1947 (segnata da una forte omogeneità religiosa della popolazione), come in quelle attuali (sicuramente più articolate), e si sarebbe tradotta alternativamente in una vuota declamazione, o in un ridimensionamento della libertà religiosa dei cattolici (e più in generale dei cristiani). La libertà religiosa, individuale e collettiva, e l’eguaglianza individuale, senza distinzione di religione, costituiscono la cifra distintiva della disciplina del fenomeno religioso nel sistema costituzionale italiano, non comportando un egualitarismo tra fenomeni storici e sociali che hanno diversa rilevanza.
5. Per una giustizia efficiente e meno politicizzata
L’inefficienza della giustizia è uno dei problemi più seri che attraversa il nostro Paese.
Si sostiene da più parti la necessità di un serio dialogo per le riforme della giustizia, secondo le indicazioni del Capo dello Stato e anche di Fini.
Il punto che merita di essere ben chiarito è la duplice natura delle riforme della giustizia.
Da un lato, vi è il tema dell’efficienza del servizio giustizia e della ragionevole durata dei processi, questione annosa ma su cui sono state presentate utili proposte (ufficio del processo, manager, riforme delle notifiche e dei riti, processo telematico ecc.) Su ciò non dovrebbe essere molto difficile realizzare un’agenda condivisa.
Ma, dall’altro, vi sono gli spinosi temi dell’equilibrio dei poteri e della cultura delle garanzie che riguardano i delicati rapporti tra accusa e difesa e, in più, tra magistratura e politica. È un profilo fin qui sottovalutato nel Pd, anche a causa dei veleni della stagione delle leggi «ad personam» e che invece esiste ed è assai serio. Da tempo, e non da oggi, è impossibile non rilevare che a molti anni di distanza dalle inchieste di Tangentopoli un avviso di garanzia equivale a una sentenza di condanna con effetti a volte irreparabili, e che sempre più spesso i provvedimenti di custodia cautelare, non sempre motivati e comunque spettacolari, vengono preferiti agli avvisi dì garanzia. I casi sono molti.
Poiché amministratori e politici devono poter essere serenamente indagati, la soluzione non è quella di mettere le sorti della politica e delle istituzioni nelle mani delle procure e nemmeno quella di reintrodurre l’immunità giustamente abrogata nel 1993. Si deve invece riaffermare il principio che chi sbaglia paga sia che si tratti di un politico sia di un magistrato.
Sono dunque necessarie misure condivise che riguardano la composizione del Csm per ridurre il «correntismo» e meglio esercitare l’azione disciplinare, una riforma della responsabilità civile dei magistrato, criteri generali sull’esercizio dell’azione penale, una sollecita nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche e altro ancora, senza dover necessariamente aderire all’idea della separazione delle carriere.
È un terreno di riforme possibili, necessario, da praticare in Parlamento anche con il dialogo con la maggioranza.
La guerra tra «caste» fa molto male al Paese, in specie in una fase di seria crisi, e giustizialismo e garantismo immunitario sono due facce della stessa contesa. Occorre una terza via, ragionevole e democratica.
6. Professioni e ceto medio
L’Italia più giusta e competitiva che vogliamo guarda ai giovani e alla formazione permanente come risorsa e guarda alle professioni come motore dell’innovazione.
In una fase di seria crisi economica e finanziaria le misure del governo devono considerare le professioni e il ceto medio.
Viviamo nella società dei servizi, che produce la maggior parte del P.I.L., e nell’economia della conoscenza, che si basa sul capitale intellettuale.
L’economia della conoscenza e dei servizi è il settore più innovativo ed evolutivo dello sviluppo e della competizione nella scena globale e le professioni (tra iscritti a ordini e collegi e nuovi professionisti in forma associativa circa il 14 per cento del P.I.L.) sono un campo centrale della società contemporanea.
I fenomeni di outsourcing, la crescita di internet e delle spese individuali e delle famiglie per i servizi alla persona, lo straordinario dinamismo assunto dal capitalismo intellettuale e personale, nell’epoca del lavoro flessibile, hanno determinato una centralità della “questione professioni” troppo spesso sottovalutata dalla politica ove è in uso ancora parlare di “impresa e lavoro”, quasi che non esistessero altre forme di lavoro, come invece recita l’art. 35 della Costituzione: “la tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”.
Il ritardo di cultura politica ha spesso offerto letture parziali o distorte del mondo delle professioni, confondendo lo skill intensive labour, la ricchezza dei saperi professionali, con le forme talvolta inadeguate della loro rappresentanza istituzionale.
Si sono aperte polemiche infinite sugli ordini professionali, o contro di essi, assimilando le indubbie criticità presenti in organizzazioni di tradizione con la sostanza e le specificità dei mondi professionali che costituiscono invece un valore essenziale del Paese e che vanno incentivati in una crescita moderna e competitiva.
Si sono associate alle giuste esigenze di riforma e di modernizzazione accezioni negative spesso ingiustificabili: i professionisti come “casta” o “corporazione”, come rentier o speculatori, come mero costo per le imprese, le banche e le assicurazioni, trascurando che spesso proprio queste ultime operano in mercati protetti con seri danni per i consumatori, come la crisi finanziaria si è incaricata di confermare.
Per la modernizzazione delle professioni è necessario riprendere il filo delle riforme, che invece si è fermato.
Più società professionali, più attenzione per la qualità e l’etica professionale, per i giovani, per gli utenti, superando l’impasse dell’attuale governo sul tema.
Un punto fermo è il riconoscimento delle associazioni delle nuove professioni (nella comunicazione, il turismo, l’immobiliare, i servizi tributari ecc.) e non regolamentate, dando forza ad un “secondo pilastro” accanto a ordini e collegi riformati.
Ma occorre anche comprendere che le professioni, nella larga maggioranza, sono parte di quel ceto medio che la crisi spinge verso nuove difficoltà e soglie di povertà.
Soprattutto è impensabile che, nella seria crisi finanziaria ed economica che attraversa il mondo, si continui a parlare di lavoratori e imprese e non siano neppure citate le professioni.
Per questo, tenendo fede ad un impegno assunto con le professioni italiane in un affollato convegno sul tema, abbiamo presentato emendamenti e proposte nel “pacchetto anti-crisi” in Parlamento che tuttavia la maggioranza ha preferito blindare con il voto di fiducia. Chiedevamo garanzie per l’accesso al credito e ai consorzi i fidi per i professionisti, crediti di imposta per la formazione obbligatoria permanente e, con limiti, per l’acquisto di dotazioni informatiche, determinazione certa della soglia di esenzione dall’IRAP, incentivi fiscali per le associazioni professionali, revisione degli studi di settore in una fase di crisi. Misure ragionevoli e sostenibili.
Continuiamo a credere nel ruolo serio e costruttivo dell’opposizione e nel valore del metodo parlamentare, ma il governo si è dimostrato sordo anche in questa circostanza alle giuste esigenze dei mondi professionali italiani.
7. Una politica internazionale europeista e una nuova NATO
L’Italia deve partecipare da protagonista alla politica internazionale sulla base dei suoi fermi e solidi valori europeisti e di solidarietà atlantica nell’ambito della NATO.
L’immagine di Hillary Clinton e di Serghey Lavrov sorridenti che nel vertice di Ginevra premono a quattro mani il pulsante rosso “reset”, su un modellino fatto a posta per simboleggiare la nuova volontà di azzerare le tensioni e riprogrammare il futuro, non poteva essere risposta più efficace e chiara al dibattito in corso su una nuova architettura di sicurezza.
L’apertura dell’amministrazione Obama ad un ripensamento dello scudo spaziale antimissile in Polonia e Repubblica Ceca “in cambio” di una più stretta collaborazione russa sul freno ai programmi nucleari iraniani non appare solo un segno della crisi economica, che impone una riduzione dei costi militari (il costo dello “scudo” è di 38,3 miliardi di dollari), ma piuttosto la conferma della fine della politica unilaterale della presidenza Bush e la riaffermazione di una nuova politica multilaterale che trovi il suo asse nel trinomio Nato-UE-Russia.
Uno dei capitoli più importanti nell’ambito della lotta alla proliferazione degli armamenti sarà certamente il negoziato sullo Start 1, il trattato sulla riduzione degli armamenti strategici in scadenza a dicembre ma anche la collaborazione sull’Afganistan resta decisiva, sopratutto per garantire vie di rifornimento alternative al Pakistan.
Tutti guardiamo con fiducia al prossimo incontro tra il presidente Obama e il presidente Medvedev, che potrà avere forse una utile anticipazione nel prossimo vertice del G20 a Londra.
Occorre però ricordare anche la netta posizione del Segretario di Stato americano sui diritti degli stati e politica di vicinato russa espressa con le seguenti parole: “Non riconosceremo le regioni separatiste della Georgia, non riconosciamo alla Russia una zona di influenza o un potere di veto su chi può aderire alla UE o alla Nato”.
Sono inoltre noti i dissensi manifestatisi su Durban 2 ed è stato importante e condivisibile il ruolo giocato dall’Italia, che ha coinvolto la UE, per cambiare le inaccettabili tesi antisemite e contro Israele.
La nuova sicurezza europea secondo Medvedev dovrà fondarsi sulla riconciliazione russo-tedesca, paragonata a quella franco-tedesca che alla fine della II guerra mondiale costituì il motore dell’integrazione europea. Secondo il presidente russo dopo l’atto finale di Helsinki è necessario redigere e sottoscrivere un trattato giuridicamente vincolante che si ispiri ai principi dell’Onu e sancisca l’indivisibilità della sicurezza europea.
Per arrivare alla conclusione di un tale trattato Medvedev auspica un summit generale con tutti i paesi europei indipendentemente dalla loro membership nelle organizzazioni internazionali (Nato, Ue).
La proposta di Medvedev ha senza dubbio due pregi: la presa d’atto del superamento dei blocchi e delle sue organizzazioni difensive e l’invito a frenare l’escalation e le stesse spese militari, necessario nella crisi.
Ma è difficile pensare che ciascuno Stato possa azzerrare la storia e presentarsi da solo e fuori dalle alleanze e non è possibile accontentarsi della battuta del ministro Sergej Ivanov secondo cui “se c’è un modello di democrazia occidentale vuol dire che c’è anche un modello di democrazia orientale”.
Noi crediamo in un modello di “comprehensive security”, figlio del trattato di Helsinki, ove il rispetto e lo sviluppo dei diritti fondamentali della persona e della democrazia sono parte integrante del concetto di sicurezza poiché non vi è vera sicurezza senza questi presupposti.
Noi rivendichiamo l’attualità dei “tre cesti” dell’OSCE: sicurezza e affari politici, ambiente e sviluppo economico, diritti umani e democrazia.
Non vogliamo rinunciare a questa dimensione di soft-security dimostratasi essenziale nelle politiche di vicinato e nei conflitti congelati nei Balcani e nel Caucaso.
Questa missione dell’OSCE resta per noi essenziale e va rafforzata.
Quando assistiamo alle aperture della nuova politica estera inclusiva del presidente Obama, anche nei confronti dell’Iran, ma anche gli annunci di una nuova azione di riarmamento da parte della Russia che sente ancora la libera adesione alla NATO come un fatto ostile, e inoltre, alla storica decisione della Francia di entrare nel comando militare NATO, ci chiediamo davvero se sia preferibile tentare di azzerare la storia o se sia sufficiente tentare di cambiarla.
Innanzitutto riaffermando che non è in discussione che il sistema di sicurezza dell’Europa è strettamente e inscindibilmente integrato nella NATO e che la NATO stessa deve ampliare la propria missione e sviluppare al massimo, come impegno politico primario, il Consiglio NATO-Russia.
In secondo luogo, occorre credere davvero nella dimensione della soft-security rappresentata dall’OSCE che è essenziale, soprattutto nell’EST Europa e nel Mediterraneo, per sostenere gli equilibri di sicurezza.
In effetti, se non è del tutto confermata l’equazione kantiana democrazia uguale pace, in specie se si pretende di esportare la democrazia con le armi, è invece vera la sotto ipotesi di John Rawls secondo cui le democrazie non si combattono tra loro.
E se persistono i dubbi di autorevoli pensatori come Dahl, Walzer, Dahrendorf sull’impossibilità di integrare in un unico modello democratico tutti i poteri sovranazionali, resta confermata la necessità di promuovere il cosmopolitismo istituzionale e l’internazionalismo democratico rafforzando le strategie multilaterali tra più attori e valorizzando il ruolo delle assemblee parlamentari, perché vi è bisogno di più politica globale accanto al mercato globale.
L’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, con i suoi 56 Paesi, potrebbe essere un modello per una futura Assemblea Parlamentare mondiale, come organo consultivo dell’ONU riformato, senza più veto nel Consiglio di Sicurezza.
Tuttavia la chiarezza e il coraggio nell’indicazione degli obiettivi possono aiutare l’azione che deve continuare a considerare democrazia e diritti umani parte essenziale della nozione di sicurezza e la nuova NATO un punto insostituibile di un’architettura più ampia.
Non può esserci sicurezza duratura in un mondo ingiusto e incivile.
8. La green economy e l’ambiente
Crediamo nell’ambiente da trasmettere alle generazioni future. La questione ambientale non appartiene certo solo alle culture ecologiste, ma a tutti. L’esasperazione delle vicende del ciclo dei rifiuti, soprattutto il fallimento nella Regione Campania, ci ricorda come l’Italia si trovi in condizioni di arretratezza rispetto ai principali Paesi sviluppati. Ma la Campania è solo la metafora di una diffusa incultura ambientale, che riguarda sia i comportamenti individuali, sia le politiche delle amministrazioni pubbliche, sia la visione condivisa di una responsabilità destinata a condizionare il nostro futuro. Innanzitutto deve crescere una cultura del bene comune, che muta radicalmente le teste ed i cuori degli italiani: qui più che altrove deve valere il noto assioma kennedyano secondo il quale, prima di chiederci cosa lo Stato può fare per noi, è ciascuno di noi che deve domandarsi, a partire dai comportamenti quotidiani, cosa può fare per rendere più abitabile la propria città ed il proprio Paese.
La questione ambientale, infatti, va assumendo tratti ancor più radicali, che vanno oltre le pur gravi inadempienze nel nostro Paese. Diventa ormai la principale questione che sta davanti a noi nell’era della globalizzazione. Un uso insostenibile delle risorse rischia di consegnare alle generazioni future un mondo ormai inidoneo a consentire la sopravvivenza della specie umana. La responsabilità verso le prossime generazioni deve dunque diventare un modo di vivere e farsi matrice di politiche nazionali e globali che salvaguardino il patrimonio della terra (Manifesto, ult. cit.).
Occorre dunque sviluppare con decisione la green economy, in tutti i molteplici campi, senza trascurare le possibilità, nella costante valutazione dei costi e dei benefici, dell’uso dell’energia nucleare.
La richiesta di Obama di un summit sull’ambiente, preparato già nel G8 in Italia, va accolta con serietà.
9. L’integrazione dei nuovi italiani
Da ormai tre decenni l’Italia ha smesso di essere un Paese di emigrazione ed è gradualmente diventata una terra di destinazione per migliaia di migranti provenienti da diverse parti del mondo. Solo negli ultimi dieci anni, tuttavia, l’immigrazione ha assunto un carattere continuo ed intenso, che interessa, sia pure in modo vario, tutto il Paese. Si tratta di un fenomeno che apporta notevoli benefici alla nostra economia, la quale ormai non può più prescinderne, e che apre preziose opportunità di confronto con culture e tradizioni diverse: con essa, il mondo entra “a casa nostra”, allo stesso modo in cui l’emigrazione italiana è stata in passato, ed è tuttora, un ponte che ha diffuso l’italianità nel mondo. D’altro canto la consistente ondata migratoria è portatrice di rilevanti sfide alla nostra organizzazione sociale e al modo di concepire la vita ed il mondo che abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti: a parte i gravi problemi di sicurezza, si pone la questione di come garantire agli stranieri che aspirano a divenire nuovi italiani, e ai loro figli nati fa noi, un futuro da eguali,in una cultura spesso molto diversa da quella da cui essi provengono.
La circostanza che l’ondata migratoria arrivi in Italia vari decenni dopo fenomeni analoghi che hanno interessato altri Paesi ci offre la possibilità di analizzare diversi modelli di inserimento sociale dei nuovi arrivati. In particolare, dopo il fallimento dell’assimilazionismo illiberale che aveva guidato il Canada e gli Stati Uniti fino agli anni cinquanta, si sperimentano oggi tutti i limiti di un approccio multiculturale. Ciò consente di affermare che sono sbagliate le impostazioni riduzionistiche: sia quelle che vedono nella comunità nazionale di destinazione (in questo caso l’Italia) l’unico valore da salvaguardare (intendendola come qualcosa di definito in maniera chiusa, in cui i nuovi arrivati devono “inserirsi” assimilandosi), sia quelle che vedono negli immigrati e nelle loro comunità dei portatori di prerogative identitarie assolute, da preservare intatte una volta giunti qui. Il costituzionalismo liberale offre una terza risposta, basata su un equilibrato dosaggio di diritti e doveri: protezione delle libertà e dei diritti individuali dei nuovi italiani, ma dovere degli stessi di prendere atto che il Paese in cui hanno scelto di inserirsi ha una storia, una cultura ed un patrimonio di valori che, se non devono essere accolti acriticamente, vanno però rispettati, accettando anzitutto di interagire con essi. Agli stranieri che aspirano ad essere italiani dobbiamo chiedere di scegliere l’Italia non solo come luogo, ma come un’eredità preziosa da condividere e da far fruttificare.
In questo quadro occorrerebbero almeno due interventi. Il superamento degli attuali profili più irrazionali e controproducenti della legislazione sull’immigrazione; una prudente ma incisiva revisione della legislazione sulla cittadinanza, che assuma come obiettivo centrale quello di agevolare rintegrazione dei nuovi cittadini (garantendo anzitutto la cittadinanza a tutti coloro che nascono in Italia) e prevedendo procedure più efficienti per la concessione della stessa da parte del Ministero dell’Interno. La strada maestra è quella dell’estensione ai nuovi italiani di tutti i diritti dei “vecchi” italiani. Pur con le dovute attenzioni ai casi particolari, si può forse dire che questo è l’orizzonte: nulla di meno, ma anche nulla di più. La presenza stabile fra noi di compagni di strada portatori di una storia diversa dalla nostra dovrà poi spingerci a rielaborare una cultura dei doveri: e una riflessione in tal senso sarà tanto più efficace in quanto verrà pensata con riferimento ai doveri di tutti. Resta in fondo vero, come diceva Aldo Moro, che “questo Paese non si salverà se alla cultura dei diritti non subentrerà una cultura dei doveri”. E il terreno dell’integrazione degli stranieri divenuti italiani è decisivo per una riflessione in tal senso (Manifesto ult. Cit.).
Siamo convinti che occorra sostenere con forza una moderna battaglia politica per garantire piena rappresentanza politica ai nuovi cittadini italiani favorendo anche la formazione di liste e movimenti.
10. La famiglia al centro del welfare
La famiglia è più che mai bisognosa di sostegno e protezione: il welfare va oggi ripensato a partire da essa, sia in quanto essa costituisce la cellula base della società, sia in quanto la questione demografica rende ormai un interesse vitale la scelta, ovviamente libera e incoercibile, di investire sul futuro generando figli, in un contesto nel quale tale scelta non solo non è più scontata, ma pare persino controindicata (soprattutto per i suoi costi) e quasi demodé. Da questo punto di vista va ricordato l’art. 31 della Costituzione, secondo il quale “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”, L’elusione di questa disposizione dà corso ad un caso paradigmatico di inattuazione costituzionale, dai costi sociali ed economici enormi.
C’è altresì da domandarsi se questo radicale mutamento del riequilibrio demografico non solleciti anche un ripensamento profondo dello stesso principio democratico secondo linee di riflessione ben sviluppate in Germania e in Austria, inducendo a ricercare forme di partecipazione al voto che coinvolgano anche i minori, rappresentando così realmente tutti i cittadini italiani, ed i loro interessi, nei processi decisionali pubblici (Manifesto, ult. cit.).
11. La “Rete dei Democratici di Centro” alle elezioni amministrative
E’ diffuso il disagio politico in consistenti settori della società che vengono convenzionalmente definiti con l’espressione “moderati” o “ceto medio”, colpito dalla crisi, o ancora con le categorie politiche della cultura liberaldemocratica e cattolico-democratica.
Lavoratori, imprenditori, giovani, professionisti che non si riconoscono nelle visioni radicali della Lega o della vecchia sinistra, che sono delusi dall’inerzia del governo nella gestione della crisi ma anche dalle incertezze e dalle scelte del Partito Democratico. Come segnalano i voti recenti in Abruzzo e in Sardegna e i sondaggi.
Persone diverse, con valori solidi, che amano il lavoro, la famiglia, l’Italia, la concorrenza e il merito, che vorrebbero una politica meno conflittuale, più seria ed efficiente, istituzioni credibili al servizio del bene comune e del “centro” degli interessi italiani.
Questa area del Paese, dinanzi alle prossime elezioni amministrative, è attraversata da interrogativi e tentazioni: dare vita e sostenere liste civiche, o esperienze originali, fondate su ragioni locali, al di là delle posizioni dei partiti nazionali o delle chiusure dei partiti locali.
E’ un desiderio di autonomia, di indipendenza, di partecipazione che è vitale e che comprendiamo.
D’altronde anche noi, sul piano politico nazionale e in parlamento, riconosciamo la necessità di una politica per il Paese meno convenzionale e più costruttiva, nel rispetto dei ruoli di opposizione e di maggioranza.
Una politica innovatrice e moderna, anticonformista, pragmatica, postideologica, che superi fondamentalismi ed estremismi , e ricerchi il confronto costruttivo sulle idee e sulle proposte utili più che sulle appartenenze faziose e sulla demagogia.
Per questo siamo contrari al federalismo leghista, al giustizialismo “dipietrista”, al massimalismo di sinistra e a certo laicismo conflittuale e divisivo e siamo invece per i valori liberaldemocratici e della cultura cristiana, per il rispetto della persona, del lavoro in tutte le sue forme, per sostenere la giustizia sociale anche con riforme previdenziali attente ai giovani e alle donne, per un’Italia più unita e solidale con i più deboli, rigorosa con la criminalità, protagonista nel mondo per lo sviluppo dei diritti civili e di nuove regole democratiche per il governo della globalizzazione.
Dobbiamo affrontare la seria crisi economica con idee e disponibilità nuove.
Anche per questo ci sentiamo interpreti delle diverse esperienze politiche che stanno maturando a livello locale nell’area della ex Margherita, fuori dal P.D. con l’UDC e oltre i recinti delle strette appartenenze di partito.
Con questo spirito ci mettiamo al servizio della Rete dei Democratici di Centro sul piano politico, culturale, organizzativo.
12. I Neodemocratici e l’appello ai liberi e forti
Due anni fa, abbiamo definito la nostra Associazione e il nostro profilo con l’espressione NEODEMOCRATICI con una comune esigenza: quella di una nuova qualità della democrazia, nella sua dimensione orizzontale, e nella sua dimensione verticale.
È evidente che la questione di una nuova global governance, sollecitata dalla crisi, presuppone il superamento del deficit di democrazia che è presente nelle grandi istituzioni internazionali contemporanee.
Non è un problema formale ma, come è ovvio, di natura sostanziale che si riflette nelle scelte politiche e tecniche.
Ciò vale per l’F.M.I. e per la World Trade Organization ma anche le politiche monetarie della Banca centrale europea sono a volte percepite come prive di “demos”. Vi è un fastidio diffuso nei confronti delle “tecnocrazie” che governano il mondo senza controllo democratico che è ora reso più acuto dalla crisi mondiale.
Naturalmente vi è un problema rilevante di competenza tecnica, che mal si concilia con le forme della democrazia classica.
Al punto che Ralf Dahrendorf ritiene che per risolvere questo problema “la soluzione più in linea con i principi della democrazia è di rivolgersi a organismi tecnici indipendenti” (R. Dahrendorf, Dopo la democrazia, Laterza, 2001, p. 51).
È una soluzione apparentemente paradossale, che ripropone l’antico tema della democrazia riassunto da Einaudi nello scritto intitolato “Melior pars, maior pars”, ma che deve in effetti essere tenuta in considerazione nei campi di regolazione cd. indipendenti (si pensi alle Autorities italiane) anche se favorire l’indipendenza non vuol dire mettere in ombra le responsabilità pubbliche (verso i cittadini).
Anche in questo caso vi è comunque un problema di maggiore democrazia nelle scelte dei componenti degli organismi e di trasparenza dei processi decisionali.
Ma il tema più rilevante è costituito dal deficit di democrazia all’interno degli equilibri internazionali ove prevalgono nettamente i paesi più ricchi sulla maggioranza dei paesi in via di sviluppo.
La stessa conformazione dell’ONU, con un Consiglio di Sicurezza figlio della seconda guerra mondiale, è inadeguata ed in via di riforma.
Iniziative parziali, in sede internazionale, come la Società delle Democrazie, si propongono di realizzare un’organizzazione mondiale dei soli paesi democratici, allo scopo di meglio affermare la democrazia nel mondo.
Il tema dello sviluppo della democrazia nel mondo, da qualunque visuale esaminato, è rilevante e ricco di implicazioni.
In sostanza, io credo che si debba convenire con Alexis de Tocqueville che giudicava la democrazia “il fatto più antico, continuo e duraturo della storia”.
Ma è solo nel XX secolo che la democrazia di afferma come fatto normale, che si estende sul piano internazionale, che diviene universale, includendo i meno abbienti e le donne.
Per le generazioni più giovani dell’Occidente può apparire stupefacente ma in realtà la democrazia è una conquista recente ed ancora precaria.
Nel bel saggio dal titolo La democrazia degli altri (Mondadori, 2004) il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ci invita a non considerare l’idea di democrazia come un frutto esclusivo dell’Occidente e ad essere più ottimisti sulla possibilità di “esportare” la democrazia in nazioni che oggi ne sono prive.
Scrive Sen che “il sostegno alla causa del pluralismo, della diversità e delle libertà si può ritrovare nella storia di molte società: in India, Cina, Giappone, Corea, Iran, Turchia, nel mondo arabo e in molte regioni dell’Africa. Questa eredità globale è una ragione sufficiente per mettere in dubbio la tesi che la democrazia sia un’idea esclusivamente occidentale”.
Però la democrazia senza libertà non può essere concepita (v. Zakaria Fareed, Democrazia senza libertà. In America e nel resto del mondo, trad. it. Rizzoli, 2003) e ciò costituisce una condizione di imprenscindibile rilievo per lo sviluppo economico, la sicurezza e la pace.
Ma è appunto questa la sfida che i democratici hanno dinanzi: assumere l’impegno per l’estensione e lo sviluppo della democrazia in tutti i Paesi, per l’affermazione delle libertà dei popoli, dei diritti umani e dei diritti civili, per la gestione multilaterale e democratica delle scelte internazionali in materia di sicurezza, di ambiente, di energia, di commerci.
E’ un grande orizzonte in cui declinare un nuovo impegno politico per la democrazia.
Vi è un altro fronte in cui si sostanzia, in termini nuovi, il ruolo dei democratici: quello che possiamo definire il campo della “democrazia esigente”.
Come ha scritto di recente Paul Huntington (v. “La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX Secolo” trad. it. Bologna, Il Mulino, 1995, p. 32) “elezioni libere, corrette e aperte a tutti rappresentano l’essenza della democrazia, la condicio sine qua non”.
Ma già Tocqueville era solito affermare che non basta il voto a far un popolo libero.
Il buon funzionamento della democrazia rappresentativa e parlamentare è essenziale e niente affatto scontato.
Dinanzi ai “rischi della plutocrazia e della telecrazia” (così il cardinale Tettamanzi nella Settimana Sociale, Bologna, 2004) e alle trasformazioni costituzionali sollecitate dalla necessità di una diversa articolazione dei poteri nel quadro un po’ falso del bipolarismo e del federalismo, il tema dell’equilibrio democratico dei poteri torna di grande attualità.
Ma ciò che deve essere affermato, come postulato della “democrazia esigente”, è che il rito quinquennale del voto elettorale non è sufficiente a dare sostanza al principio di sovranità popolare nè risposte adeguate alle esigenze della democrazia moderna.
Occorre sviluppare la “democrazia amministrativa”, ossia la partecipazione dei cittadini ai procedimenti di gestione quotidiana delle scelte pubbliche.
Occorre sviluppare la “democrazia dei mercati” ossia la tutela dei consumatori e della trasparenza dei mercati.
Occorre affermare la “democrazia informatica” e la tutela della privacy accanto agli impetuosi sviluppi della profezia orwelliana.
Ed è senza dubbio necessaria una riflessione più matura sull’opacità democratica che avvolge le istituzioni “del terzo tipo”, le Fondazioni di varia natura, Le Fiere Internazionali, quel mondo di soggetti che rivendicano di essere espressione delle autonomie sociali, né pubblici né privati, spesso con poteri e risorse pubbliche enormi, ma di oscura gestione, sia per le scelte del management che per gli indirizzi nella gestione.
Sono solo alcuni esempi (ma che dire della democrazia nei rapporti di genere o della democrazia nei partiti?), alcune prospettive, di un orizzonte nuovo ed attuale, che caratterizza l’impegno e i programmi dell’azione politica.
In questo senso possiamo definirci “neodemocratici” per indicare la necessità storica di consolidare ed estendere i valori e il metodo della democrazia, nelle sue nuove dimensioni.
Ed è con questo moderno impegno culturale, morale e politico che oggi condividiamo il “nuovo appello ai liberi e forti” che poniamo alla base della Costituente dei Democratici di Centro.
12.1 Il nuovo appello ai liberi e forti
L’Italia ha bisogno di una profonda rigenerazione politica e morale. È giunto di nuovo il tempo di fare appello alle migliori energie dell’Italia, allo slancio delle donne e degli uomini liberi, alla responsabilità delle donne e degli uomini forti, per determinare una grande svolta nel futuro della nazione. Novanta anni dopo l’atto di coraggio di Luigi Sturzo, un nuovo coraggioso impegno è richiesto a chi crede nei valori della giustizia e della libertà.
Perciò nasce l’Unione di Centro. Per proporre una nuova casa politica a tutti i popolari, i liberali, i moderati e i riformisti italiani che avvertono con preoccupazione il vuoto etico e politico sul quale si basa l’attuale sistema dei partiti. La cosiddetta Seconda Repubblica è fallita. Non ha saputo ricostruire il corpo e l’anima della nostra democrazia. Non ha creato le basi di un nuovo patto istituzionale tra gli italiani.
Quando negli anni Novanta, crollò d vecchio sistema, quattro erano le grandi questioni che giustificavano la transizione verso un nuovo tempo della Repubblica: 1) La questione istituzionale, già posta alla fine degli anni Settanta, affrontata lungo il corso degli Ottanta e infine riproposta dall’illusione referendaria. 2) La questione giudiziaria, parte essenziale della questione istituzionale, esplosa drammaticamente in un inedito, radicale e pericoloso conflitto con la politica di settori della magistratura, dei media e dell’opinione pubblica. 3) La questione dell’unità nazionale e del sistema delle autonomie, nell’incombente rischio di una nuova frattura storico-sociale tra Nord e Sud. 4) La questione della modernizzazione economica, sentita come ineludibile, in tutti i campi della vita pubblica, per ricollocare l’Italia in sintonia con le esperienze più avanzare dell’Occidente.
Ebbene, tutte queste questioni sono ancora davanti a noi, irrisolte; anzi, incancrenite dal tempo perduto. Abbiamo ormai alle spalle quasi un ventennio sprecato. Le pochissime realtà riformate (Regioni, Comuni, legge elettorale) lo sono stare seguendo suggestioni del momento o logiche di convenienza, fuori da un omogeneo progetto nazionale. E così si continua ancora oggi, tentando di piegare leggi elettorali e nodi istituzionali agli interessi di parte. Bisognerebbe trovare le sedi e gli strumenti per soluzioni largamente condivise. Il panorama è stato invece dominato da una sorta dì guerra civile ideologica.
Il risultato è che la cosiddetta Seconda Repubblica ha finito per mettere in archivio i concetti di “interesse generale” e di “bene comune” che sono invece il fondamento di ogni democrazia. Ha offuscato la partecipazione popolare alla vita pubblica trasformando il consenso in audience, le strategie politiche in surrogato quotidiano dei sondaggi, i partiti in clan elettorali dei leader e, infine, dà che è più grave, il Parlamento in una sorta di “ente inutile”, pura cassa di risonanza dell’Esecutivo. Non è questa la modernità politica che gli italiani pretendevano. Fingendo di costruire una “democrazia degli elettori” si è, in realtà, dato vita ad una soffocante “democrazia delle oligarchie”. Questo è il vero volto dell’Italia nel primo decennio del XXI secolo.
Per questo nasce l‘Unione di Centro e, ora, la costituente dei Democratici di Centro. Per aprire un nuovo tempo della Repubblica. Per ricostruire i valori fondativi della democrazia italiana: l’interesse nazionale e il bene comune come esclusiva finalità dell’agire politico. La competenza, lo spirito di servizio, il senso dello Stato come modello di selezione della classe dirigente. Il ruolo dei “corpi intermedi” nella gestione della cosa pubblica. La partecipazione popolare come motore della vita associata. Il dovere di “guidare” eticamente e politicamente il Paese, al di là delle effimere rilevazioni statistiche del consenso. La democrazia nei partiti e nei sistemi elettorali come unica garanzia di libertà per tutti gli eletti e per tutti i cittadini. La centralità del parlamento come sede legittima della formazione dell’interesse pubblico. Fuori da questa “cornice di valori” nessuna democrazia può avere futuro.
L’Unione di Centro, partita dall’incontro tra l’esperienza storica dell’Udc con nuove realtà di movimento come la Rosa per l’Italia, i circoli liberal e i Popolari democratici, forte dei due milioni di consensi che, nelle elezioni del 2008, le hanno permesso di resistere all’illusione del “voto utile”, nasce per proporre al cittadini italiani di tutti gli schieramenti che vivono il disagio del finto bipartitismo, al mondo del volontariato e dell’associazionismo laico e cattolico, un grande progetto politico: l’orizzonte di un nuovo partito popolare e liberale di governo.
L’unità politica dei cattolici è formula che appartiene ad altra e superata stagione storica. Ciò però non vuol dire che tutti coloro che si riconoscono nell’ispirazione cristiana debbano necessariamente accettare la “diaspora” come condanna inappellabile della storia dei cattolici italiani, come se dovesse essere obb1itono vivere in “partibus infidelium”, e non possano invece ritrovarsi in una stessa casa politica, se la cornice identitaria e programmatica corrisponde ai loro valori.
Ma non è certo questo il tempo di “rifare la Dc”. Il passato è il nostro tesoro di esperienza e di saggezza. Ma il presente e il futuro ci chiedono di aprire un diverso tempo politico.
Il tempo di un nuovo soggetto nel quale i popolari, i liberali, i riformisti, i moderati di tutte le aree politiche riscoprano insieme la via maestra del Centro come luogo sempre essenziale per il governo.
C’è un popolo cristiano che guarda alla politica con diffidenza, ma che sa che solo attraverso la politica può ottenere risposta alle sue esigenze. C’è un popolo laico che non si riconosce più nelle posizioni laiciste e che sente giunta l’ora di intraprendere nuovi sentieri.
È giusto dunque il momento di aprire una nuova storia politica. Non un “terzo polo” di risulta tra due immutabili giganti bipolari, ma un’offerta politica, di governo, di partecipazione democratica del tutto nuova, che nasca dalla “rottura” del finto bipartitismo, pericolante esito del fallimento della cosiddetta Seconda Repubblica. Un centrosinistra che metta insieme tutto, dall’estrema sinistra al centro, così come un centrodestra costruito con analoga disomogeneità, tra pulsioni leaderistiche e pretese leghiste, non sono stati e non saranno mai in grado di governare, nella stabilità, l’innovazione.
L’Italia di oggi è malata di immobilismo, mentre tutt’intorno il mondo cambia e prepara, a cominciare dagli Stati Uniti, l’avvento di una nuova era. Noi siamo fermi. La grave crisi economica internazionale mette in discussione la tenuta del nostro patto sociale e denuncia come ormai intollerabili le arretratezze del nostro sistema istituzionale ed economico. Il deficit di valori che colpisce soprattutto le giovani generazioni sta facendo nascere un vero e proprio allarme sulla tenuta etica della nostra società.
Non c’è più tempo da perdere. Non c’è più tempo per pigrizie, per paure, per coltivare piccole rendite di posizione. È tempo di rimettersi in cammino. Con il coraggio dei liberi e dei forti.
Per riferimenti:
mantini_p@camera.it / Roma tel. 06.67608242, Milano tel. 02.867986
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